Mi chiamo Jacopo,
avevo 12 anni,
vivevo in un piccolo paese,
con 200 anime,
si viveva dei frutti che la terra ci regalava,
e dei doni
del placido fiume,
che scorreva li vicino.
Non era,
il paradiso,
ma,
era
tutto il mio mondo.
Sapevamo della guerra, era stato,
Ivan,
il postino,
a dircelo.
Nessun aereo,
solco il cielo del mio paese,
nessun colpo di artiglieria,
si udii,
mai,
ne
mai,
vedemmo,
le divise dei nemici,
fino
a quando,
una notte,
delle urla,
dei rumori meccanici,
di cui,
non conoscevamo,
ne,
la provenienza,
ne
la natura, ci svegliarono.
Poi,
il silenzio,
quel silenzio,
che ti annuncia,
la fine.
Io,
rimasi seduto sul letto,
nessun suono,
usciva
dalla mia bocca,
anche
se urlavo,
la paura,
mi aveva rapito.
Mia madre,
corse verso di me dicendomi:
“calma Jacopo, non temere”.
Mio padre,
cercò
di vestirsi velocemente,
per vedere,
cosa,
stava accadendo.
Poi,
il rumore di stivali,
dietro
la porta di casa,
e loro,
entrarono,
con tutta la violenza di questo mondo,
con tutto l’odio del’inferno.
Entrarono con le armi,
mio padre,
alzo le mani e disse:
“non fateci del male,
non abbiamo armi..”.
Poi,
lo sparo,
che rimbombo nella casa,
e vidi,
mio padre,
cadere a l’indietro,
con un piccolo foro sul viso,
a l’altezza
dell’occhio destro.
Mio padre era per terra,
senza vita,
con gli occhi,
di chi non capisce
il propio destino.
Poi,
loro,
ci portarono fuori,
senza dare,
la possibilità,
alla vedova
di versare una lacrima,
per
quel corpo,
che fino a 2 minuti prima,
era il suo dolce sposo.
Ci separarono subito,
e mi portarono nella piazza del paese,
mentre,
uno di quei stranieri,
ci diceva,
nella nostra lingua,
di non preoccuparci,
di non aver paura,
che ci avrebbero fatto salire su un camion,
e portato in Palestina,
era difficile,
per me,
non temere,
mentre vedevo,
nel buio delle case,
quelle fiammate
e quel rumore,
che porto via mio padre,
e sentire
gli urli,
delle nuove vedove.
Nella mia
ingenuità
credevo,
anzi speravo,
che quello che diceva,
lo straniero,
fosse vero.
Salii,
sul camion,
e
mi misi a sedere,
dove potevo,
ma il viaggio,
duro solo 2 ore,
non sapevo,
dove era la Palestina,
ma sapevo,
che non era,
a due ore dal paese.
Ci fecero scendere,
con più violenza di prima,
vidi,
che eravamo arrivati in un bosco,
c’era una stradina costeggiata,
da grandi alberi,
e stranamente,
gli alberi,
sembravano piegarsi,
verso l’esterno del sentiero,
come se,
gli alberi,
non volessero
vedere quello che si stava compiendo li,
da l’uomo.
Dalla fine del sentiero,
arrivava un rumore metallico,
il canto del diavolo,
pensai.
Dopo quelli,
davanti a noi,
tocco al mio gruppo,
a incamminarsi
in quel sentiero.
Con le mani alzate,
arrivammo in una radura,
vicino a un camion,
da dove usciva una canna,
c’erano degli stranieri,
ubriachi,
Ci misero,
con la schiena al camion,
e a quella canna,
grigia e fumante,
e vidi,
davanti a me,
una fossa,
con dei corpi senza vita,
con gli occhi pieni di paura,
e mi accorsi,
che erano,
quelli del gruppo,
che era partito per quel sentiero,
prima di noi.
Un anziano,
accanto a me,
incominciò
a pregare,
mentre dietro,
gli stranieri
ridevano.
Avevo paura,
non capivo,
come,
la mia morte,
la nostra morte,
potesse cambiare le sorti di questa guerra,
della storia,
ma le mie domande,
furono interrotte,
dal canto del diavolo.
Mi senti,
la vita sfuggire via,
il cielo
cadermi addosso,
il respiro finire.
Ora,
sono qua,
testimone silenzioso,
di ciò che è,
accaduto qua,
ora,
gli alberi,
sono curvi verso la nostra tomba,
per farci ombra,
quando fa caldo,
per difenderci
dal maltempo,
per renderci
omaggio.
E tu,
che passi di qua,
che ci disprezzi,
che pensi,
che non siamo,
mai esistiti,
o che,
se siamo qua,
abbiamo meritato tutto.
Ricorda,
se domani,
il germoglio della violenza,
darà ancora,
dei frutti,
se l’uomo,
fa ancora
un orgia,
con la follia e la guerra,
ricorda,
il prossimo Jacopo,
potresti,
essere tu.