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	<title>Articoli Gratis &#187; sphera group</title>
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	<description>Guadagnare in internet, Articles Marketing e Comunicati Stampa</description>
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		<title>Il Marketing. Un valore ancora più intangibile.</title>
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		<pubDate>Sat, 09 Oct 2010 10:34:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>sphera group</dc:creator>
				<category><![CDATA[Comunicati Stampa]]></category>

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		<description><![CDATA[di Elena Pierini
Negli ultimi anni vi sono stati notevoli cambiamenti nel business delle  imprese e di conseguenza anche nel Marketing.  Un approccio nuovo, chiamato Radical Marketing, come indicato nel  libro   “Marketing management” di Philip Kotler, è incentrato    sull’ottimizzazione di risorse limitate, sullo stretto contatto con i  [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Elena Pierini</p>
<p>Negli ultimi anni vi sono stati notevoli cambiamenti nel business delle  imprese e di conseguenza anche nel Marketing.  Un approccio nuovo, chiamato Radical Marketing, come indicato nel  libro   “Marketing management” di Philip Kotler, è incentrato    sull’ottimizzazione di risorse limitate, sullo stretto contatto con i    Clienti e sulla creazione di soluzioni più soddisfacenti per le loro    esigenze. La strategia è essenziale ed è il modo in cui un’impresa decide di    combinare insieme le sue competenze, i suoi processi chiave e gli altri    asset per vincere sul mercato. Gli asset reali di cui parliamo qui  sono   voci ovviamente fuori bilancio come il valore dei loro marchi,  dei   dipendenti, dei partner della distribuzione, dei formatori, dei  Clienti e   del loro capitale intellettuale, ovvero tutte le attività  immateriali   che probabilmente rappresentano l’80% del valore di  un’impresa. L’impresa ha bisogno soltanto dell’accesso a queste attività e dovrà    forse decapitalizzare e quindi affidare in outsourcing alcune attività e    ridurre il capitale di esercizio. I consulenti possono avere un ruolo costruttivo nell’aiutare le imprese    a riesaminare le opportunità di mercato, le strategie e le tattiche in    questo nuovo scenario organizzativo. Eppure alcuni imprenditori sostengono: “se abbiamo successo i    consulenti non ci servono, se non abbiamo successo, non possiamo    permetterceli”. Abbiamo bisogno di un numero minore di dipendenti e di un numero    maggiore di persone che ottengono dei risultati, quindi servitevi dei    dipendenti e pagateli anche sulla base dei risultati. Secondo Kotler, se possedete del personale addetto al marketing,    “assumete solo persone entusiaste e piene di gioia di vivere; chi non ha    queste qualità forse può andare bene in contabilità”. Il Cliente è il RE. Sono i Clienti, non i beni, a scarseggiare e le imprese devono spostare    il loro interesse dalla creazione del prodotto al Mantenimento del    Cliente. Nonostante il mantenimento, la fidelizzazione e la fedeltà del Cliente    siano essenziali, vi è una nuova visione in merito: “non tutti i  Clienti   dovrebbero essere conservati”. Vi sono Clienti più  problematici, non   redditizi, oppure i profitti non controbilanciano le  loro capacità di   disturbo, ma prima di “licenziarli” è necessario  offrire loro la   possibilità di migliorare. Aumentate le spese e/o riducete il servizio offerto. Se continuano ad essere Clienti, significa che sono diventati redditizi. Se si riesce a soddisfare un Cliente esigente e redditizio, sarà più  facile soddisfare tutti gli altri. Non dimentichiamo che il mantra originale del marketing è “individuare  le esigenze del cliente e soddisfarle”. Tra le competenze più importanti del marketing vi sono anche la  comunicazione e la promozione. L’abbigliamento di un venditore comunica, il prezzo di listino comunica,  gli uffici comunicano, tutto crea delle impressioni negli interlocutori. Di qui il crescente interesse per le comunicazioni integrate di  marketing (Integrated Marketing Communications). La promozione è quella parte della comunicazione che consiste nei    messaggi dell’impresa concepiti per stimolare l’interesse per i suoi    prodotti/servizi e quindi l’acquisto di essi. La promozione può non    essere efficace se non attira l’attenzione! Non è una novità dire che oggi le imprese si trovano ad investire più    nel marketing che nella creazione del prodotto, basti pensare che i    produttori di “The Blair Witch Project” hanno speso 350.000 dollari per    produrre il film e 11 milioni di dollari per commercializzarlo. Tornando al nuovo approccio di Radical Marketing, nel volume di Sam    Hill e Glenn Rifkin, vi sono delle linee guida per aiutare le imprese a    fare marketing radicale, elenco alcune di esse: · La funzione di marketing deve essere incentrata sul CEO; · Assicurarsi che la funzione marketing sia snella, quindi evitare il    proliferare dei livelli gestionali per non accrescere la distanza dal    mercato; · Intrattenere rapporti diretti con le persone che contano di più: i  Clienti; · Utilizzare le ricerche di mercato con cautela, non accontentiamoci di    risultati statistici che descrivono il consumatore medio; · Assumere solo persone motivate; · Amare e rispettare i Clienti come individui e non come numeri    all’interno di un foglio elettronico, occorre riconoscere che i Clienti    principali sono all’origine dei maggiori successi delle proprie    organizzazioni; · Utilizzare messaggi pubblicitari brevi e mirati; · Ricorrere ad idee fresche ed originali, per esempio decidendo di    limitare la distribuzione in modo da sollecitare la fedeltà e    l’interesse dei propri Clienti e distributori. Per conquistare un’elevata produttività e redditività nel marketing,    occorre quindi che l’impresa raccolga ogni tipo e il maggior numero di    informazioni dai suoi stakeholder, che sia concentrata sulle esigenze,    le preferenze, e il comportamento dei clienti e motivi i suoi    stakeholder affinchè si impegnino con tutte le loro forze a servirli e a    soddisfarli, che instauri partnership con i suoi stakeholder e li    gratifichi, che costruisca marchi forti utilizzando gli strumenti    comunicativi e promozionali con il miglior rapporto costo/efficacia, che    sviluppi una leadership di marketing e lo spirito di squadra tra i   vari  dipartimenti. Quindi in sostanza ciò che si richiede adesso è una    grande capacità di Differenziarsi.</p>
<p>Per approfondimenti: <a rel="nofollow" href="http://www.spheragroup.it/" target="_blank">www.spheragroup.it</a></p>
<p><a rel="nofollow" href="http://www.spheragroup.it/" target="_blank"> </a> Potete anche commentare l’articolo direttamente sul nostro blog: BlogoSphera</p>
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		<title>Gli errori dei manager</title>
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		<pubDate>Mon, 13 Sep 2010 07:44:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>sphera group</dc:creator>
				<category><![CDATA[Comunicati Stampa]]></category>

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		<description><![CDATA[di Paola Danese
Siete a capo di un gruppo di persone? Tra i vostri compiti c’è anche   quello di far ottenere loro dei risultati, di migliorarne le   prestazioni? E vi piacerebbe anche che a fine serata, se vi vedessero   abbacchiati, avessero voglia di fermarsi a fare quattro chiacchiere con  [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Paola Danese</p>
<p>Siete a capo di un gruppo di persone? Tra i vostri compiti c’è anche   quello di far ottenere loro dei risultati, di migliorarne le   prestazioni? E vi piacerebbe anche che a fine serata, se vi vedessero   abbacchiati, avessero voglia di fermarsi a fare quattro chiacchiere con   la persona e non solo con il manager?! Quante volte vi è capitato di   chiedervi come ottenere tutto ciò o perché ogni tanto o da qualche parte   il meccanismo si inceppa?</p>
<p>Questa newsletter vuole essere un piccolo vademecum dei principali   errori dei manager, non solo per fare in modo che le loro performance   migliorino, ma per migliorare di pari passo anche la vita di quelli che   da loro sono gestiti e quindi in realtà l’andamento dell’azienda.<br />
Molti ritengono che i leader debbano avere  carisma. Tuttavia, ad  esempio secondo Kotler, per essere efficaci non  occorre carisma. Molti  grandi leader non si affannano a costruirsi  un’immagine carismatica;  sono amabili, spesso semplici, e mostrano un  reale interesse per  clienti e dipendenti.</p>
<p>Partiamo da alcuni concetti base:</p>
<p>1) LA DELEGA<br />
Se gestite delle persone significa che avete responsabilità complesse e   che nel perseguimento dei risultati avete bisogno di un team che lavori   con voi. Quindi avete delegato dei compiti. La questione è: fino a che   punto avete delegato? Warren Buffet dice che bisognerebbe delegare  “fino  al passo prima dell’abdicazione”. Questo va contro il senso  comune e la  diffusa tendenza a controllare ogni evento ed ogni persona  che ne è  coinvolta. Tuttavia controllare ogni cosa porta alla micro –  gestione  (micro management), cioè a seguire fin nei dettagli un insieme  così  numeroso di eventi o linee di business che, nel caso in cui ne  saltasse  una, finirebbero per saltare tutte. La soluzione quindi è non  solo  necessaria ma strategica: ogni compito necessita di competenze   specifiche ed approfondite che il manager difficilmente riesce a   racchiudere in sé ad alti livelli di complessità. Il suo ruolo   fondamentale diventa allora ispirare i propri collaboratori perché   accrescano le loro specificità e siano grandi nel perseguimento degli   obiettivi loro assegnati. La competenza e lo spazio decisionale devono   mantenere un rapporto di crescita diretta: massima competenza, massima   libertà nelle scelte; in questo modo non solo chi supervisiona si libera   di un compito, ma alimenta l’orgoglio professionale del proprio   collaboratore: collaboratori capaci al posto giusto vogliono dimostrare   con caparbietà le proprie competenze, e per farlo hanno bisogno di   spazio.<br />
Prima di ogni processo di delega però è necessario assicurarsi che il   collaboratore sia dotato di integrità e lealtà in tutte le 24 ore della   giornata e non solo fino al timbro del cartellino.</p>
<p>2) SOSTITUZIONI AI VERTICI<br />
La domanda chiave da porsi quando inizia a diventare allettante la   prospettiva di effettuare un cambiamento in posizioni manageriali è: “è   assolutamente necessario?”. Perché se da una parte questi cambiamenti   sono divoratori di tempo ed energie e spesso portano più guai che   miglioramenti, dall’altra bisogna anche ammettere che sono delle porte   aperte su un mondo di opportunità. Se la risposta alla fatidica domanda è   no, allora lasciamo le cose come stanno e diamo supporto. Ma se la   risposta è si, ed è corredata da ampi schemi excel con un meno davanti,   allora è bene se a questo cambiamento arriviamo preparati, avendo fatto   crescere all’interno della squadra o dell’azienda un collaboratore che   già conosce ogni aspetto della posizione e dell’attività svolta, che  ha  già vissuto dall’interno gli errori commessi e magari si è disegnato  una  sua idea delle azioni correttive da intraprendere. Subito, senza   perdere tempo.</p>
<p>3) I PARAMETRI DI SCELTA DEI COLLABORATORI<br />
Quante volte vi siete trovati davanti al bivio tra il candidato super   preparato con anni di esperienza che si presentava all’ultimo colloquio   con il sorriso appena abbozzato di chi sta per aggiungere un’azienda   prestigiosa al proprio curriculum e quello giovane senza esperienza, che   ha mandato il cv tre volte per email e due brevi manu, che sogna da   quando si è iscritto all’università il tipo di lavoro che gli state   offrendo? Mai? Allora prima o poi vi capiterà, e sarà probabile che alla   prova dei fatti cediate al luogo comune di ritenere che il candidato   tecnicamente preparato vi sarà d’aiuto subito e crescerà   proporzionalmente al costo che sosterrete per mantenerlo.<br />
Non è così. Scegliete uomini capaci, certamente, ma le cui capacità   siano strettamente legate alla passione che mettono nel loro lavoro, nel   prodotto che costruiscono, che aggiustano o che vendono. Scegliete   venditori che amano ciò che offrono, e trasmetteranno a chiunque la loro   incredibile passione perché spinto dall’interesse per qualcosa che lo   affascina, ne conoscerà ogni dettaglio, riuscirà a proporne  applicazioni  impensate, ne illustrerà l’efficacia elencandone i  benefici che se ne  posso trarre tanto che il cliente ne rimarrà  impressionato. E  soprattutto, avrete un collaboratore orgoglioso di  appartenere ad  un’azienda che ha creduto in lui quando ancora da  offrire aveva soltanto  l’entusiasmo. Sull’entusiasmo potete investire: è  un investimento che  porta profitto.<br />
In una squadra così costruita, non è importante quanto sia intelligente   il collaboratore, ma quanto sia appassionato al lavoro, quanto ami ciò   che sta facendo.</p>
<p>…alziamo un po’ il tiro:</p>
<p>4) SAPER CONVINCERE L’INTERLOCUTORE<br />
Arriviamo nel vivo della questione: c’è chi con il carisma ci è nato e   il tempo gli è servito soltanto per imparare ad usarlo e chi, invece,   non solo non lo ha ricevuto in dote, ma neppure è riuscito a   costruirselo. Come fare? Se le doti del grande comunicatore non è   possibile accumularle in tempi brevi, almeno cerchiamo di evitare gli   errori più dannosi: tendenzialmente l’interlocutore evita di seguire i   consigli suggeritigli da chi riesce a farlo sentire colpevole e   contemporaneamente sappiamo, almeno per esperienza diretta, che poche   sono le sensazioni migliori di quelle del sentirsi apprezzato.   Nell’invitare gli altri a fare qualcosa per noi, o nella modalità o con i   tempi che ci sono congeniali, appelliamoci alla parte migliore del   nostro interlocutore, ricordiamogli quanto è riuscito in passato ad   essere grande nello svolgere quel compito o nel raggiungere quel   risultato. Così facendo risveglieremo il suo orgoglio e faremo appello   alla parte migliore di lui.</p>
<p>6) MUOVERE LE CRITICHE<br />
Allo stesso modo è necessario fare molta attenzione a come si struttura   una critica. A nessuno piace essere criticato e niente ci può fare   sentire peggio riguardo a noi stessi dell’essere criticato per qualcosa   che abbiamo fatto o che abbiamo omesso di fare. Niente ci ispira meno.   La critica significa che abbiamo fatto qualcosa in modo sbagliato, che   quella che seguivamo non era la strada giusta per noi, che dobbiamo   interrompere ciò che stiamo facendo e riprovare o lasciar perdere e fare   qualcos’altro. Spesso le persone che ci criticano non ci piacciono,  che  significa che non le vogliamo ascoltare e che con molta probabilità  non  le ascolteremo. Cerchiamo quindi di correggere gli altri dando   indicazioni sottointese, facendo ragionare chi sbaglia ponendo delle   domande che lo portino da solo a trarre le conclusioni oppure   raccontando una storia in cui in prima persona abbiamo avuto un’idea   simile che poi ci ha portato a conseguenze negative: il nostro   interlocutore arriverà da solo alle conclusioni e avremo evitato di   negativizzarlo.<br />
Ricordiamoci che per convincere qualcuno, il primo passo da fare è   convincerlo ad ascoltarci. E quale altro modo esiste migliore per farci   ascoltare se non complimentandoci? I complimenti ci rendono amichevoli,  e  le opinioni delle persone che ci piacciono sono quelle che ci stanno  a  cuore. Un complimento crea quell’ambiente di fiducia necessario per  una  critica costruttiva che venga non solo ascoltata ma anche seguita.</p>
<p>7) AMMETTERE I PROPRI ERRORI<br />
Capita a tutti di sbagliare e non è tanto la dimensione dell’errore a   contare ma come lo si accetta e cosa si riesce ad imparare da esso. La   tendenza generale di fronte ad un fallimento, a una valutazione   scorretta, ad un passo falso è di sforzarsi nell’individuare altri   colpevoli, o esempi precedenti che hanno commesso lo stesso errore. Chi   vi osserva da fuori e vi ha preso come punto di riferimento però cosa   vede? Probabilmente avrà l’impressione che si voglia nascondere qualcosa   o che la persona non abbia né il coraggio né l’integrità di ammettere   le proprie “colpe”; questo si trasformerà in un senso di diffusa   sfiducia che minerà i rapporti complessivi. Perché allora non ammettere   platealmente e subito di aver sbagliato, assumendosene per intero la   piena responsabilità? Non esistono azioni perfette, solo intenzioni   perfette; quando ci accorgiamo dello scostamento delle une dalle altre,   guadagniamo di più a fare un passo indietro e cercare subito le   correzioni, anziché intestardirci e perseverare nell’errore.</p>
<p>Per approfondimenti: <a href="http://www.spheragroup.it/" target="_blank">www.spheragroup.it </a></p>
<p>Potete anche commentare l’articolo direttamente sul nostro blog: <a href="http://www.blogospheragroup.blogspot.com/" target="_blank">BlogoSphera</a></p>
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		<title>Affrontare con decisione le relazioni critiche: con i sindacati, i top performer, i collaboratori in crisi, i collaboratori, i dipendenti problematici</title>
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		<pubDate>Wed, 21 Jul 2010 13:39:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>sphera group</dc:creator>
				<category><![CDATA[Comunicati Stampa]]></category>
		<category><![CDATA[consulenza]]></category>
		<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[finanza]]></category>
		<category><![CDATA[management]]></category>

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		<description><![CDATA[di Michele Natali
Tra le sei pratiche che Jack Welch assume come  parametri quasi   imprescindibili per un efficace “People management” ve  ne sono un paio   che meritano un approfondimento in relazione al periodo  di  difficoltosa  congiuntura economica che l’Europa sta attraversando.
Essendo  l’azienda un’organizzazione fatta di persone, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Michele Natali</p>
<p>Tra le sei pratiche che Jack Welch assume come  parametri quasi   imprescindibili per un efficace “People management” ve  ne sono un paio   che meritano un approfondimento in relazione al periodo  di  difficoltosa  congiuntura economica che l’Europa sta attraversando.<br />
Essendo  l’azienda un’organizzazione fatta di persone, le relazioni sono   spesso  complesse e a volte cariche di tensione e gestire bene le   persone  significa dedicare un’attenzione particolare a queste relazioni    problematiche senza lasciare che queste si incancreniscano o  finiscano   completamente dimenticate. Un’efficace gestione del  personale obbliga  le  aziende ad affrontare le relazioni critiche con  decisione ed  integrità.<br />
Le relazioni con i sindacati costituiscono una tra le  relazioni più   delicate. Spesso i titolari d’azienda considerano i  sindacati quasi un   intralcio all’attività dell’ azienda.<br />
Tuttavia è  importante che l’azienda riesca a trarre il massimo   beneficio dalla  relazione con la rappresentanza sindacale.<br />
Diventa strategico  stabilire le basi ed i valori sui quali gestire la   relazione con i  sindacati costruendo un rapporto di rispetto e   sincerità. Prima di tutto  bisogna chiarire  i propri principi e   restarvi fedeli nel tempo; in  seconda battuta è bene che quando ci si   siede ai tavoli dei negoziati il  rapporto tra azienda e rappresentanza   sia già di reciproca fiducia.<br />
Molto  importante diventa il fatto di ricordare sempre che i   sindacalisti sono  dei collaboratori dei manager e degli imprenditori,   lavorano insieme,  vivono a volte nelle stesse città (cioè le vite degli   uni possono essere  connesse a quelle degli altri); ecco perché  diventa  fondamentale  giocare nei confronti dei sindacati la carta  della  integrità. Ci si può scontrare su  alcune questioni, ma questi  scontri  diventano produttivi se sin  dall’inizio si decide cosa si può  negoziare  e cosa no; durante la  trattativa bisogna discutere degli  sugli  argomenti negoziabili  altrimenti la relazione con i sindacati  perde  della sua connotazione di  sincerità.<br />
Come abbiamo detto bisogna adoperarsi per tempo per  impedire che il   tavolo negoziale sia l’occasione del primo incontro tra  management e   sindacalisti. Diventa molto importante conoscere il proprio    interlocutore durante fasi informali di incontri tra delegati locali e    management. Questi incontri hanno lo scopo di conoscersi meglio e    chiarire  le posizioni reciproche senza avere interessi aziendali    immediati: durante i colloqui informali le persone sono più inclini ad    ascoltare!!!</p>
<p>Un’altra relazione  difficile da gestire è quella con i top   performer.<br />
Una cosa è  certa: per avere un’azienda vincente bisogna avere in   squadra dei  fuoriclasse, dei top performer che bisognerà sì premiare e   trattare con  estrema cura, ma anche prestarvi particolare attenzione   perché l’eccesso  di riconoscimenti può rivelarsi pericoloso: spesso i   giovani talenti  promossi troppo presto sviluppano ambizioni dannose,   baldanzose e  fastidiose. Capita che i giovani talenti finiscano per   percepirsi così  indispensabili e importanti da violare i valori della   azienda.<br />
Quando  un top performer presenta comportamenti fuori dalle regole    bisogna  intervenire con tempismo ricordando loro con molta franchezza   quali sono  i valori condivisi ed i comportamenti attesi; queste persone    non possono tenere in ostaggio l’azienda.<br />
A volte questi talenti  possono sorprendere con dimissioni improvvise,   ma in un sistema perfetto  le star andrebbero sostituite nel giro di   brevissimo tempo. Una  reazione dell’azienda immediata costituisce un   messaggio chiaro al resto  dell’organizzazione: nessuno è   indispensabile, nessuno è più importante  della azienda stessa.<br />
Un  buon sistema per mettersi nelle condizioni di sostituire con   tempismo i  top performer è quello di avere una lista di potenziali   successori  continuamente aggiornata ed un “vivaio” di giovani talenti   tenuto sempre  ben nutrito nelle fila aziendali. E’ per questo che   diventano  essenziali la selezione e la formazione continua, i   meccanismi di  valutazione delle performance e la pianificazione delle   carriere. Tali  sistemi possono scoprire quel candidato in grado di   rimpiazzare la star  in uscita.</p>
<p>Una terza relazione  problematica è quella con i collaboratori in   crisi.</p>
<p>I  collaboratori in crisi sono quei dipendenti che hanno lavorato con    profitto e che si sono bloccati senza motivazione apparente.<br />
I  risultati di questi collaboratori che fino a poco tempo prima erano    apprezzati, ora presentano numeri  imbarazzanti che generano reazioni    repulsive.<br />
Un’azienda che gestisce bene i propri collaboratori non  può ignorare   questa situazione e deve intervenire. I collaboratori in  crisi sono   spesso persone demotivate ed occorre che ricevano una nuova  iniezione   di energia, ad esempio con l’assegnazione di nuove mansioni o  con la   formazione.<br />
La mancanza di questi interventi, causata da una  sottovalutazione del   problema, rischia di provocare ingiganditire i  non-risultati del   collaboratore e portarlo ad un punto di non ritorno  che può trasmettere   anche ai colleghi il virus della disaffezione. E’  chiaro però che se   l’antidoto non funziona bisogna dire a questi  collaboratori che il   gioco è finito.</p>
<p>Un’altra relazione pericolosa è quella con i dipendenti  difficili,   cioè quei collaboratori che creano problemi con il  gusto di crearli,   ovvero i “rompiscatole”, che organizzano e fomentano  l’opposizione al   management quasi sempre per ragioni futili ed  insignificanti.<br />
Solitamente questi soggetti forniscono delle buone  performance per cui   vengono tollerati, ma un’azienda che gestisce  correttamente le proprie   risorse deve affrontare a viso aperto questi  dipendenti difficili.<br />
Bisogna valutarli con senso critico,  stigmatizzando il loro   comportamento, pretendendo che venga modificato.  Spesso questo non   succede, ma occorre che queste persone non influenzino  i colleghi che   fanno il loro dovere.</p>
<p>Più che una relazione critica spesso diventa un diktat: non  bisogna,   nella gestione delle relazioni, dimenticarsi del 70% dei  dipendenti   che forniscono una performance intermedia.</p>
<p>Spesso  le energie del management sono concentrate sulla gestione   delle  relazioni problematiche o sul recupero di collaboratori in crisi o   sul  tentativo di trattenere una star: compiti tutti utili e onorevoli   ma che  rischiano di portare il manager  a compiere il clamoroso  errore  di  dimenticarsi di quel 70% di dipendenti che forniscono  prestazioni   intermedie, ma che nel silenzio portano avanti l’operato  dell’azienda.   Non bisogna permettere che questo 70% di collaboratori  affidabili   facciano da traino nell’oscurità.<br />
Ricordiamo che le star si trovano  quasi sempre nel gruppo del 70%   intermedio ma quando non vengono gestiti  con attenzione si corre il   rischio che se ne vadano in preda alla  frustrazione dovuta alla   mancanza di apprezzamento.<br />
Di questo  un’azienda di qualità ne è pienamente consapevole e deve   mettere in  chiaro che questa classificazione è puramente temporanea.<br />
In poche  parole il 70% degli intermedi costituisce la spina dorsale di   qualunque  azienda. Se si vuole gestire bene i propri dipendenti non si   può  dimenticare in maniera più assoluta la maggioranza e soprattutto   non  bisogna dimenticare di gestire tutte le categorie di relazioni    rispettando 2 importanti valori: l’integrità  e la coerenza.</p>
<p>Per approfondimenti: <a href="http://www.spheragroup.it/" target="_blank">www.spheragroup.it </a></p>
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		<title>UNA LUNGA CRISI CHE NASCONDE E GIUSTIFICA MOLTE INADEGUATEZZE: ANALISI E STRATEGIE D&#8217;USCITA</title>
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		<pubDate>Fri, 18 Jun 2010 07:28:57 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[di Maurizio Siciliano
La scorsa settimana sul nostro Blog è stato  pubblicato un articolo interessante a firma Doctor Who dal titolo  (capitani coraggiosi, armiamoci e partite), piuttosto polemico, appunto,  verso una classe imprenditoriale spesso definita incapace. La tesi  esposta è condivisibile e riconducibile anche ai motivi fondamentali per  cui oggi la [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Maurizio Siciliano</p>
<p>La scorsa settimana sul nostro Blog è stato  pubblicato un articolo interessante a firma Doctor Who dal titolo  (capitani coraggiosi, armiamoci e partite), piuttosto polemico, appunto,  verso una classe imprenditoriale spesso definita incapace. La tesi  esposta è condivisibile e riconducibile anche ai motivi fondamentali per  cui oggi la durata media della vita delle aziende è bassissima.<br />
Secondo  una ricerca della Royal Dutch Shell del 1983, condotta sulla lista  Fortune delle prime 500 multinazionali al mondo, poche grandi imprese  vivevano oltre i 40 anni. Oggi, alla luce dei recenti sconvolgimenti  finanziari in ambito globale, il dato di cui sopra è notevolmente  peggiorato e per quanto riguarda le piccole e medie aziende italiane è  diventato preoccupante.<br />
Conosciamo tutti il ciclo di vita di un  impresa: start up, fase di break even, momento di massimo sviluppo  dell&#8217;attività a cui segue inesorabile una fase calante, prima  impercettibile e successivamente inarrestabile. Quando ci si rende conto  della situazione il ritardo accumulato è spesso irrecuperabile. Nel  momento della discesa è difficile trovare le energie per invertire la  tendenza e quando ci si trova di fronte a risultati fortemente negativi e  a conseguenti crisi finanziarie, ci si deve affidare a soluzioni di  Tourn-around che non sempre sono sufficienti e quindi l&#8217;azienda  lentamente, e agonicamente, muore.<br />
Gli  imprenditori che abbiamo incontrato negli ultimi tempi sono spesso in  queste situazioni. Sovente attribuiscono i motivi delle loro difficoltà  alle cicliche crisi di mercato, alla concorrenza spesso aggressiva e  &#8220;scorretta&#8221;, alle banche che non concedono più credito a buon mercato e  al turn-over di personale. Noi sappiamo però che molti di questi fattori  si possono gestire perché fanno parte della capacità di programmare e  prevedere. Secondo me ci sono da considerare alcune altre cause, e  spesso le elenco ai miei clienti imprenditori: scelte strategiche  insensate e velleitarie, investimenti insufficienti, scarsa capacità di  innovare, tendenza a privilegiare i terreni di &#8220;confort&#8221; e le rendite di  posizione, incapacità di inserire nuove risorse, favorire cambiamenti  negativi della motivazione del personale e, cito Doctor Who, incapacità  di mantenere in azienda solo ciò che produce Valore. E questa è solo la  punta dell&#8217;iceberg! La massa che ci sta sotto è il vero problema:  mancanza di Leadership e strategia. E proprio come la massa di ghiaccio  immersa che nasconde le vere dimensioni dell&#8217;iceberg, questo è un  problema impercettibile, ma che dispiega i suoi effetti in una spirale  che nel tempo è distruttiva. I problemi dell&#8217;oggi sono spesso la  conseguenza di questa mancanza di Leadership e della incapacità di fare  scelte strategiche corrette. Le conseguenze sono precipitose e si  manifestano alla lunga in prepotenti problematiche economiche e  finanziarie. Comincia una rincorsa infruttuosa per coprire le falle e  restare a galla: il carosello del &#8220;tagli dei costi&#8221;. Ma ormai il gioco è  finito.<br />
Insomma, stiamo tutti sul mercato e a volte si possono avere  delle difficoltà perché cambiano le condizioni. Ma le condizioni  cambiano per tutti gli attori e i competitor del mercato e se si &#8220;perde&#8221;  la strada della crescita, del Valore e del profitto è perché non  abbiamo previsto il cambiamento o perché, prevedendolo, non abbiamo  scelto la strategia migliore per affrontarlo!<br />
La crisi finanziaria  recente ha accentuato le differenze tra gli imprenditori e i manager che  sanno affrontare la &#8220;tempesta&#8221; e quelli che, pensando di salvare la  &#8220;nave&#8221;, hanno tagliato costi e buttato via in maniera indiscriminata  tutto quello che secondo loro è &#8220;zavorra&#8221;. Eppure, banalmente,  basterebbe riconoscere i propri limiti e farsi aiutare.<br />
Le aziende  che hanno continuato ad investire sui propri dipendenti e collaboratori  in maniera strategica, sono quelle che stanno affrontando in maniera  impeccabile la crisi.<br />
Secondo una recente inchiesta di Hay Group,  pubblicata su Fortune, &#8221; i manager di queste aziende credono davvero che  in ogni impresa le Persone sono il loro bene più prezioso&#8221;. Quanti dei  nostri manager e imprenditori impegnati nel &#8220;carosello&#8221; del taglio dei  costi ad ogni costo possono dire di pensare lo stesso?!<br />
Analizzando  da vicino i dati della ricerca di Hay Group viene fuori un dato  inequivocabile, ma molto lontano dalla cultura media aziendale di  imprenditori e manager che incontriamo ogni giorno: le Persone sono una  risorsa, non una spesa.<br />
Tuttavia, ci sono ancora operatori,  imprenditori ci sembra una parola grossa, che in tempi di crisi  sistemica e prolungata abbattono la scure della riduzione dei costi sui  propri collaboratori. I risultati sono tangibili e visibili: le aziende  perdono Valore e quote di mercato. In un lento ed inesorabile processo  auto degenerativo lentamente si trasformano nel concime di cui il  mercato si nutre per sopravvivere.</p>
<p>Per approfondimenti: <a href="http://www.spheragroup.it/" target="_blank">www.spheragroup.it </a></p>
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		<title>La corretta ed efficace gestione del nostro BRAND</title>
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		<pubDate>Fri, 18 Jun 2010 07:28:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>sphera group</dc:creator>
				<category><![CDATA[Comunicati Stampa]]></category>
		<category><![CDATA[consulenza]]></category>
		<category><![CDATA[Economia]]></category>
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		<category><![CDATA[management]]></category>

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		<description><![CDATA[di Errico Grisot
Molti osservatori politici ed economici  concordano nell&#8217;affermare che l’attuale situazione di incertezza  economica dei mercati non è mai stata così marcata.
Le aziende  stanno navigando a vista e il futuro della ripresa economica sembra  sempre più lontano e soprattutto controverso. In questi ultimi mesi  nella zona euro si sono [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Errico Grisot</p>
<p>Molti osservatori politici ed economici  concordano nell&#8217;affermare che l’attuale situazione di incertezza  economica dei mercati non è mai stata così marcata.</p>
<p>Le aziende  stanno navigando a vista e il futuro della ripresa economica sembra  sempre più lontano e soprattutto controverso. In questi ultimi mesi  nella zona euro si sono evidenziate debolezze strutturali suggerite  dall&#8217;instabilità dei mercati dei titoli di stato. Quest&#8217;ultimo fattore  di rischio viene gestito dai singoli Stati implementando politiche  fiscali più rigorose e più aggressive.</p>
<p>Il mondo produttivo  europeo quindi, oltre a subire da qualche anno una difficoltà  nell’accesso al credito dovuto alle nuove regole di Basilea, ora  affronta anche una recessione globale dei mercati ed in futuro dovrà  farsi carico di assorbire un rinnovato rigore della spesa pubblica.</p>
<p>Questo richiede cambiamenti importanti sia per le  aziende sia per i singoli lavoratori. Il mercato economico ed il mercato  del lavoro imporranno ai propri attori incisivi cambiamenti di  comportamento. Il cambiamento nei mercati italiani, europei ed extra  europei è diventata una necessità ineluttabile.</p>
<p>Chi non è in  grado di concepire ed attuare una modifica delle proprie strategie di  medio e lungo periodo non avrà spazio nei prossimi anni. Le aziende  italiane, per crescere in un panorama così mutevole mese dopo mese,  toccano l&#8217;urgenza di sviluppare nuove iniziative commerciali, produttive  e nuove soluzioni organizzative che le rendano più adatte ad un clima  di incertezza che si sta consolidando. Il mercato del lavoro italiano  sta fortemente penalizzando i giovani e coloro che devono riposizionarsi  professionalmente.</p>
<p>Quello a cui stiamo assistendo è il  consolidamento di mercati instabili cioè mercati in continuo movimento,  che se da una parte fanno cadere vecchie certezze, dall&#8217;altra non  mostrano nuove strade da percorrere.</p>
<p>Incontriamo aziende e  imprenditori che quasi vivono alla giornata perché non sono in grado di  prevedere cosa potrebbe accadere alla loro struttura tra qualche mese.  Quando a settembre l&#8217;Italia tornerà dalle ferie di agosto su che mercato  si lavorerà? Pochi possono dirlo. Nel nostro paese, oltretutto, per  gestire l&#8217;emergenza di questi cambiamenti si stanno utilizzando con  generosità gli ammortizzatori sociali, ma le indicazioni che provengono  dalle istituzioni internazionali spingono affinché queste misure non si  protraggano oltre il 2011. Questo significa dover ricominciare a  camminare con le proprie gambe in tempi relativamente brevi. Il terreno  però non sarà più quello di prima ma completamente diverso.</p>
<p>Sia  le aziende che i lavoratori devono sviluppare nuovi paradigmi  interpretativi per non percorrere strade infruttuose che non portano in  nessun luogo. Le aziende si guardano attorno e si chiedono: dove posso  incontrare nuovi clienti che mi facciano crescere apprezzando i miei  prodotti o servizi? E i singoli lavoratori allo stesso modo si guardano  attorno e si fanno una domanda simile: dove sarà la nuova azienda che mi  farà nuovamente crescere professionalmente e mi darà l&#8217;opportunità di  mantenere e migliorare il mio livello reddituale?</p>
<p>Una risposta a  queste due domande non esiste. Per avere una risposta bisogna essere in  grado di costruirla, chi non è in grado di costruirsi una risposta non  sopravvive e chiude oppure si accontenta e fa dei pericolosi passi  indietro. Cominciamo quindi a scomporre il problema e diamo qualche  indicazione.</p>
<p>Il modello che la maggior parte delle aziende  italiane ha seguito sin qui sta mostrando il fiato corto. Il prodotto o  il servizio che veicoliamo è stato concepito fino ad ora come il nostro  segno di riconoscimento: quello che noi produciamo racconta la nostra  storia ed è così importante che mette in secondo piano tutto. Quindi  tutte le nostre energie sono dirette alla costruzione del prodotto. Il  budget dell&#8217;azienda è fortemente sbilanciato in favore della produzione e  della ricerca e sviluppo a scapito dell’area commerciale. L&#8217;oggetto che  mettiamo in vendita nei nostri negozi, la pizza che serviamo, il  lavorato che esce dai nostri torni o dalle nostre macchine è così di  alta qualità che racconta a tutti il motivo per cui i nostri clienti ci  pagano.</p>
<p>Anche il professionista è abituato a concentrare le  proprie energie per la costruzione ed erogazione di un servizio  eccellente. Questo è un lavoro importante: il prodotto veicola la nostra  immagine ed identità e deve essere impeccabile.</p>
<p>Ma ora il  prodotto o il servizio che noi vendiamo è ancora sufficiente per dire al  mondo chi siamo e come creiamo valore aggiunto?</p>
<p>Le grandi  aziende multinazionali da anni investono quantità enormi di denaro per  andare oltre questo concetto: hanno spostato l&#8217;attenzione dal prodotto o  servizio alla loro immagine ed identità. Fino poco tempo fa riuscire in  questo progetto richiedeva ingenti capitali non alla portata delle  piccole medie aziende italiane e nemmeno alla portata dei singoli  professionisti. Significava infatti comunicare valori e immagini  attraverso canali costosi e di grande impatto, solamente le aziende che  dovevano rivolgersi ad un ampio pubblico avevano l&#8217;interesse a investire  in questa direzione.</p>
<p>Ora i canali comunicativi a disposizione  sono cambiati e sono diventati accessibili a tutti,<br />
se la grande  industria ha investito tanto per spostare l&#8217;attenzione dei clienti da un  paio di scarpe sportive ad un logo, perché non possiamo fare lo stesso  con la nostra azienda o con noi stessi? Questo spostamento è così  rilevante che non solo caratterizza il nuovo modo di comunicare delle  aziende ma anche dei professionisti e dei singoli lavoratori dipendenti.</p>
<p>Le  aziende piccole e medie invece hanno utilizzato fino ad ora strumenti  di comunicazione più mirati, basati sulla pubblicizzazione di ciò che  producono e di quello che fanno attraverso fiere, cataloghi e brochures.  Ma queste attività non danno più lo stesso riscontro del passato,  poiché non sono solo i prodotti o servizi che devono attrarre  l&#8217;interesse dei nostri clienti. La nostra professionalità genera più  interesse di ciò che realmente vendiamo, perché è la nostra immagine ed  identità professionale che trasmette la fiducia al cliente di ricevere  la soluzione giusta alle proprie mutevoli esigenze.</p>
<p>L’aspetto  sempre più rilevante della comunicazione della nostra identità  professionale è la corretta ed efficace gestione del proprio BRAND.  Perché questo contribuisce alla costruzione della fiducia che lega il  cliente al proprio fornitore.</p>
<p>In un mercato del lavoro sempre più  difficile e competitivo l&#8217;attenzione al proprio brand è diventata il  punto di partenza nella gestione della carriera lavorativa. Il processo  di creazione del proprio “marchio distintivo” si sta estendendo  velocemente attraverso le nuove tecnologie dell&#8217;informazione. Negli  ultimi anni Internet si sta caratterizzando come un ottimo canale  comunicativo della propria immagine professionale e personale sia per  l&#8217;economicità dello strumento sia per la sua efficacia. La rapida  crescita dei social network evidenzia questo sviluppo. All&#8217;inizio  c&#8217;erano i siti internet “vetrina” delle singole aziende, ora troviamo le  pagine di coloro che creano valore aggiunto alle stesse aziende. Poi ci  sono anche le pagine dei loro figli, dei loro nonni. Tutti in qualche  modo anche inconsapevolmente stanno costruendo il proprio &#8220;personal  brand&#8221;.</p>
<p>Sia che siate un’azienda, sia un professionista oppure un  lavoratore dipendente la costruzione del vostro brand è finalizzato  alla realizzazione di tre importanti obiettivi:</p>
<p>1- mostrare una  identità credibile, affidabile e soprattutto distintiva della vostra  professionalità<br />
2- trasmettere un messaggio convincente agli altri di  chi siete e cosa fate<br />
3- facilitare nuove opportunità di  collaborazione ed accrescere le vostre relazioni</p>
<p>Questi obiettivi  possono essere raggiunti solamente se la vostra attenzione è rivolta  costantemente a ciò che nel vostro lavoro crea valore aggiunto. Una  volta individuato possiamo trasformarlo in un messaggio da diffondere.<br />
Quando  i vostri clienti e conoscenti sentono il vostro nome o il nome della  vostra azienda, oppure leggono questo nome su internet, sulla stampa o  su una email che avete appena inviato loro, a che cosa pensano?<br />
Quali  sono le parole che vorreste che gli altri utilizzassero per definirvi?  Quali sono gli aggettivi che i vostri clienti e potenziali clienti oggi  utilizzano per descrivere la vostra azienda?<br />
Lo sviluppo e la  gestione del brand influenza le risposte a queste domande.</p>
<p>Quando  la Apple ha deciso di spiegare al mondo che loro realizzavano prodotti  diversi dai concorrenti perché “pensavano delle cose differenti”, ha  investito quantità enormi di denaro. Ora invece abbiamo la possibilità  di spiegare perché noi siamo differenti dai nostri concorrenti  praticamente gratis. La capacità di costruire e diffondere il proprio  brand è passata dalle multinazionali ai singoli individui.</p>
<p>Ci  sono però due avvertenze da sottolineare: qual è la differenza tra  quello che trasmettiamo agli altri e quello che siamo realmente? Se  questi due aspetti non sono allineati che cosa si rischia?</p>
<p>Inoltre  la diffusione della nostra identità e della nostra immagine è molto  appetibile verso aziende che hanno bisogno di raccogliere date sui  propri consumatori per poter comunicare direttamente con loro. Il  piccolo prezzo che paghiamo per poter diffondere il nostro brand sono le  informazioni su di noi che sono utili ad altri.</p>
<p>La creazione del  proprio brand coinvolge numerosi aspetti che vanno considerati  attentamente per non rischiare di utilizzare delle tecniche così potenti  contro noi stessi. Le aziende, anche di piccole dimensioni e con budget  limitati, ormai si affidano a professionisti per curare delicato  aspetto della crescita della loro attività. Forse anche da noi qualche  singolo professionista farebbe bene ad investire parte del suo budget  per la definizione e corretta diffusione del proprio unico brand.</p>
<p>Per approfondimenti: <a href="http://www.spheragroup.it/" target="_blank">www.spheragroup.it </a></p>
<p>Potete anche commentare l’articolo direttamente sul nostro blog: <a href="http://www.blogospheragroup.blogspot.com/" target="_blank">BlogoSphera</a></p>
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