Il difensore dell’Inter, Ivan Ramiro Cordoba, ha incontrato al Palayamamay, dove si allena la squadra di pallavolo, gli studenti del liceo dello sport Marco Pantani a Busto Arsizio, facente parte della ACOF. Oltre a parlare di calcio e della sua esperienza di vita, rccontando delle difficoltà di nascere e crescere in luoghi come la Colombia, dove povertà e narcotraffico sono all’ordine del giorno, ha spiegato ai ragazzi della sua attività nel campo del volontariato.
A vederlo, in trentatreenne sembra un uomo semplice, come molti altri, non il famoso calciatore, un pò pieno di sé come se ne vedono tanti, al centro dell’attenzione non solo per la sua bravura, ma anche per le relazioni e il gossip. Cordoba è felicemente sposato, con tre figli, due bambine e un maschietto. Racconta la sua avventura nella vita e con lo sport in poche parole.
“Giocavo a calcio con mio padre e i bambini del quartiere“, spiega il calciatore, “Con grande orgoglio sono arrivato all’Inter. Ho giocato sempre con il desiderio di fare del mio meglio… non importa se sei primo in classifica o ultimo, devi sempre giocare allo stesso modo, con la voglia di far bene e vincere“.
A chi gli chiede come sia vivere con la pressione della stampa e dei tifosi cucita addosso risponde con tranquillità che alla fne ci si abitua, l’importante è che ci sia sempre il rispetto. Ama la sua famiglia e se si entusiasma per il calcio, lo fa ancora di più per l’attività che dal 2004 sta portando avanti con la moglie.
“Vorrei che tutti i bambini potessero avere la possibilità di migliorare la loro vita e avere delle opportunità“, spiega Corodba, raccontando poi di come da anni appunto raccolga soldi per i piccoli del suo paese “Con 50-60 centesimi di euro si dà da mangiare ad un bambino. noi ci prendiamo cura di 147 bambini. Diamo loro cibo e facciamo in modo che vadano a scuola. Li togliamo dalla strada dando loro una possibilità“.
Li aiutano, li mandano allospedale a curarsi, li seguono. La Colombia è una delle nazioni dove il narcotraffico è altissimo e spesso i bambini finiscono nelle maglie di queste orgnaizzazioni, a fare i corrieri, o quant’altro. Per uomo come Ivan, vissuto nella povertà e che èriuscito ad avere una vita di successo, pensare ai bambini sembra naturale. Ed è veramente encomiabile che utilizzi la sua immagine pubblica e le sue conoscenze per fini umanitari. Certo non è l’unico che lo fa, ma ce ne vorrebbero molti di più.
Ha risposto con competenza e pazienza alle domande dei ragazzi e quando gli hanno chiesto cos’ha provato la prima volta che ha giocato a San Siro, ha detto “È stata un’emozione speciale. Dal mio paesino sperduto in Colombia, arrivare fin lì.. sono stati premiati la mia costanza e il mio impegno. Non bisogna mai smettere di crederci”.
Una grande lezione per tutti, che molto spesso, alle avvisaglie diprime difficoltà abbiamo la tendenza a lasciar perdere, a cambiar strada, a darci per vinti. E, come si dice spesso, lo sport può veicolare tante, tantissime belle cose.