IL CANONE ACQUA NON E’ UN TRIBUTO COMUNALE
E non è dovuto se l’acqua c.d. potabile non è bevibile o non è stata consumata
Non molti sono a conoscenza del fatto che il canone acqua che le famiglie italiane pagano al proprio Comune di appartenenza non sempre è legittimo. Ciò che si paga, in molti casi, è infatti un prodotto diverso da quello di cui si usufruisce. Il prezioso liquido che scorre dai nostri rubinetti potrebbe essere inquinato da sostanze nocive, anche se non tossiche. Si tratta per lo più di cloruri presenti in quantità superiore ai valori consentiti dalla normativa vigente, che resistono ai trattamenti al cloro adottati a monte per purificare l’acqua delle condotte comunali e consentirne l’utilizzo per usi civici. Cloruri che però rendono impossibile l’utilizzo dell’acqua stessa per uso potabile.
Più semplicemente si tratta di acqua salata. Nelle falde acquifere che convogliano nei tubi comunali è anche possibile che si infiltri l’acqua marina! E se gli impianti di desalinizzazione – che pure hanno inventato – non funzionano? Il risultato sarà che non solo l’acqua diventa imbevibile perfino per i più coraggiosi, ma il calcare danneggerà la maggior parte dei nostri elettrodomestici che con l’acqua hanno in qualche modo a che fare. Di tutto questo cosa emerge in bolletta? Nulla! Perché l’ignaro cittadino continua a pagare l’importo addebitatogli sotto la voce canone acqua potabile. È proprio un clamoroso controsenso. Eppure avviene così in tante città italiane, soprattutto al Sud, dove spesso l’acqua addirittura viene a mancare per intere giornate e per lunghi periodi , senza che invece nulla venga a mancare della cifra in bolletta. Anche questo è illegittimo perché nessun cittadino può essere obbligato a pagare un quantitativo d’acqua che non ha consumato. Non si tratta di un tributo, ma di un semplice corrispettivo per prestazioni di natura privatistica e come tale non può essere forfetario, ma deve necessariamente essere puntuale . In altre parole se io consumo cento dovrò pagare cento. Non posso pagare cento perché il Comune presume che consumerò cento, quando poi in realtà ho consumato solo 50, vuoi perché ho modesti bisogni e vuoi soprattutto perché l’acqua manca intere giornate! Simili irregolarità in bolletta danno diritto alla restituzione dei pagamenti già effettuati e non dovuti fino al 50%, anche per i consumi degli anni passati. Il caso è scoppiato circa sei anni fa a Reggio Calabria. Nei vari contenziosi promossi contro l’Ente , i Giudici di Pace hanno dichiarato la non potabilità dell’acqua erogata dal Comune attribuendo agli utenti il diritto al rimborso del 50% del canone pagato, oltre il risarcimento del danno patrimoniale e la condanna del Comune al pagamento delle spese di lite. Ma ancora oggi non è stata data piena tutela al diritto dei cittadini che spesso non conoscono la verità. La regola infatti ancora non solo non è stata diffusa a livello generale, ma nemmeno a Reggio Calabria essa trova piena attuazione.
La Giunta Comunale di Reggio Calabria infatti, con delibera n° 557 del 14 Dicembre 2009, ha finalmente deciso – forse dopo aver preso coscienza dei numerosi contenziosi pendenti dinanzi ai Giudici di Pace e finora definiti con sentenza favorevole al cittadino- di rimborsare il 50% della somma pagata dai cittadini a titolo di canone acqua nelle zone in cui è stata erogata acqua non potabile per l’enorme percentuale di cloruri presenti . Unico onere per il cittadino è chiedere espressamente il rimborso concesso dalla delibera. Lodevole decisione! Peccato però che della delibera non ci sia traccia in alcun sito, manifesto, giornale o semplice bigliettino! Come possono gli utenti chiedere il detto rimborso se non conoscono il contenuto della delibera? Stranamente non è stata data alcuna informazione ai cittadini a riguardo. Tuttavia a livello generale il concetto è chiaro: si paga solo l’acqua realmente consumata e solo se potabile. Basta solo farla esaminare chimicamente o nei casi peggiori basta assaggiarla!