Mi stupisco sempre di fronte alla grandezza della poesia.
E mi commuovo, nel riscoprire ogni volta lo splendore della sua potenza ineguagliabile.
Una forza sovrumana, che le permette di resistere al Tempo conservando per sempre intatta tutta la sua “bellezza giovanile”.
Sì, proprio così! La poesia, oltre che eterna, è sempre giovane e attuale.
A sostegno di questa mia tesi, voglio proporvi una poesia bellissima. Che ho amato anche ai tempi della scuola, ma che solo di recente ho veramente riscoperto. Ripescandola per caso, un giorno, in un cassettino della mia memoria in mezzo a tante vecchie cianfrusaglie.
Il poeta si riferisce, nei suoi versi, ai giorni cupi dell’occupazione tedesca in Italia. Ma, a pensarci bene, le sue parole calzano alla perfezione anche ad altri tipi di schiavitù ed oppressione che, oggi come allora, ci costringono troppo spesso al silenzio… reale o metaforico che sia.
Mi piace, ogni tanto, “riascoltarla” mentalmente. Come fosse una melodia, dolce e amara allo stesso tempo.
La poesia cui mi riferisco è
Alle fronde dei salici, di Salvatore Quasimodo.
E come potevamo noi cantare
con il piede straniero sopra il cuore,
fra i morti abbandonati nelle piazze
sull’erba dura di ghiaccio, al lamento
d’agnello dei fanciulli, all’urlo nero
della madre che andava incontro al figlio
crocifisso sul palo del telegrafo?
Alle fronde dei salici, per voto,
anche le nostre cetre erano appese
oscillavano lievi al triste vento.
Parole perfette… che, a mio modesto parere, non necessitano ulteriori commenti.
Siete d’accordo?