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Il giornalista Nando Sanvito al liceo dello Sport Marco Pantani

Il giornalista sportivo di mediaset Nando Sanvito ha tenuto una conferenza agli studenti del liceo dello Sport, Marco Pantani a Busto Arsizio, ma dichiara “ho visitato 15o città italiane e sto preparando la quinta serie di questi incontri”.

Nato nel 1959, Nando ha cominciato a fare il giornalista per caso quando si è trovato per caso ad assistere ad un colpo di stato a Madrid. Lì ha iniziato come inviato speciale, per poi lavorare con Indro Montanelli e dal 1984 è giornalista sportivo a Mediaset.

Il suo incontro con i ragazzi del Pantani non è stato esclusivamente per parlare di Sport, ma per parlare di storie di vita che ruotano attorno allo sport.

Per Nando Sanvito il “caso non esiste” e non è il caso a portarlo a quel primo incontro dove parlò ad adolescenti che si trovavano nella condizione di dover essere aiutati e sostenuti da assistenti sociali per problematiche di vita.

E fu in quell’occasione che nacque l’idea che, anno dopo anno l’ha portato in carceri, scuole, comunità di recupero. Non racconta lo sport fine a se stesso, ma quello sport che dà non solo a chi gioca, ma anche a chi fa da spettatore qualcosa di più.

Ai ragazzi del Pantani ha raccontato di episodi importanti come la storia del ragazzino quindicenne scappato da casa e ritornato grazie alla maglietta che Adani indossava nel 2004 nella partita di calcio Inter-Juve giocata a San Siro. “Adani era un difensore eppure fece goal”, ha raccontato Sanvito “ed era l’unico ad aver indossato la maglietta su cui c’era scritto Francesco torna ed è proprio dopo aver fatto quel goal che la maglietta viene vista da 13 milioni di italiani, tra cui anche il ragazzo, scappato a Genova.

“Nello sport, giocato a livello agonistico, è pieno di persone che pensano che la vita sia una partita a pin-pong giocata tra la nostra libertà e una Regia Superiore (Dio)”, afferma Sanvito e continua a raccontare episodi in cui lo sport non è stato solo un gioco, ma qualcosa che ha salvato vite, o dato nuove speranze a qualcuno che non ne aveva più e si era dato per vinto.

Nel 1984 la nazionale italiana di pallacanestro vince il titolo europeo. L’allenatore era Sandro Gamba. La sua storia? Giocava a Milano, in una zona piena di macerie, in Via Washington, appena dopo la guerra, qualcosa va storto, uno scoppio e perde la mano. I medici gliela vogliono amputare, ma il padre lo impedisce e Sandro rimane con una una mano handicappata. Ma è proprio suo padre a spingerlo ad andare a giocare a pallacanestro nella squadra della Broletti e una condanna a vita di inabilità diventa la sua fortuna. Prima come giocatore di pallacanestro, poi come allenatore.

E Valentina Vezzali? Cosa c’entra? Ha imparato a tirar di scherma a Jesi, dove c’è una delle scuole più prestigiose al mondo fondata da Ezio Triccoli che a sua volta imparò durante la sua prigionia, durata sette anni, in un campo di concentramento nel Sud Africa.

E di esempi ce ne sono molti altri. Anche lo stesso Sanvito, che porta in giro per il paese e all’estero queste testimonianze non fa altro che far conoscere verità troppo spesso ignorate: lo sport non è solamente sport, ma può unire, aiutare, far crescere e superare difficoltà grandissime. Purtroppo molto spesso il suo valore viene sminuito.

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