La situazione dei lavoratori, e in particolar modo dei giovani lavoratori, in Italia è notevolmente peggiorata e risulta essere tra le più sfavorevoli dell’Europa occidentale.
La Legge 30 del 2003 (nota per lo più come legge Biagi) doveva “realizzare un sistema efficace e coerente di strumenti intesi a garantire trasparenza ed efficienza al mercato del lavoro e a migliorare le capacità di inserimento professionale dei disoccupati e di quanti sono in cerca di una prima occupazione con particolare riguardo alle donne e ai giovani” . Ma purtroppo così non è stato.
Quando si parla di un impiego ad un giovane, per lo più si tratta di contratti a progetto, a tempo determinato o addirittura stage senza retribuzione. Nel migliore dei casi si ha un introito (relativamente basso in proporzione alle ore lavorative) di breve durata, nessuna garanzia in caso di malattia e ferie non previste.
Ovviamente tutta questa precarietà influisce sull’indipendenza dalla famiglia di origine e sull’impossibilità di crearsene una propria. Nel contesto lavorativo italiano attuale, essere precari significa non aver la possibilità di far fruttare il proprio titolo di studio, il quale diventa del tutto ininfluente anche a livello reddituale.
“Continua a cresce una generazione di laureati invisibili e poco rappresentata” come commentato dal direttore di AlmaLaurea, Andrea Cammelli, al convegno Dall’Università al lavoro in Italia e in Europa. Ragazzi/e che si trovano, usciti dall’ambiente universitario, in balia di una società in piena crisi economica incapace di far fronte alle loro necessità, impossibilitati a rifiutare proposte di “lavoro” improponibile perchè il mercato priva loro di offerte differenti.
E allora perché sprecare energia e denaro per portare a termine un percorso di studi che non consente di avere un effettivo miglioramento a livello lavorativo-economico?