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FOOD or FUEL?
Sep 11th, in Attualità, by cinzia

Soddisfare i bisogni energetici del mondo grazie a carburante ottenuto da vegetali come il mais e la canna da zucchero: questo è il sogno dei seguaci dei biocarburanti.

I biocarburanti non sono una novità nel dibattito sulle fonti di energie alternative, ma negli ultimi anni sono diventati di interesse generale in seguito all’aumento del prezzo del petrolio e all’instabilità politica in Medio Oriente.

I biocarburanti possono essere definiti come qualsiasi carburante solido, liquido o gassoso derivato da materiale organico recentemente morto (normalmente vegetale). Si differenziano dal carburante fossile, che è il prodotto di processi che hanno interessato materiale organico morto in epoche passate.

L’etanolo, il più comune fra i biocarburanti, è ottenuto (con diverse rese) da coltivazioni di comunissimo mais o canna da zucchero.

A differenza del carbone rilasciato bruciando i carburanti fossili, il contenuto di carbone nei biocarburanti viene dall’atmosfera ed è “catturato” nelle piante durante la loro crescita.

Ma i biocarburanti non sono (o almeno, non sono ancora) la panacea ai problemi energetici e ambientali della nostra società. Il processo per la produzione di biocarburanti non è ancora “neutrale al carbonio” e richiede, paradossalmente, cospicui ammontari di energia “sporca”: ad oggi, il biocarburante ottenuto dai vegetali può essere un prodotto “pulito”, ma il processo che lo ha reso possibile non lo è affatto. Infatti, la materia vegetale è trasformata in biocarburante tramite processi di trasformazione ad alte temperature, che sono raggiunte bruciando carburanti fossili come il carbone. L’immissione nell’atmosfera di gas a effetto serra è quindi solo spostata temporalmente: anticipata dal consumatore finale al produttore.

Un recente rapporto delle Nazioni Unite ha puntato il dito contro i biocarburanti, additati come responsabili dell’aumento dei prezzi alimentari, soprattutto nei paesi in via di sviluppo. In effetti, specie nell’attuale contesto di crescente preoccupazione per la sicurezza alimentare, occorre rilevare che quando si consumano biocarburanti, si sta in effetti bruciando del cibo.

Destinare a produzione di biocarburante raccolti che potrebbero invece essere destinati a consumi alimentari rappresenta un rischio di aumento pericoloso dei prezzi alimentari. Tanto più per i paesi in via di sviluppo.

La strada per aggirare questo dilemma (“food or fuel?”) è quella di produrre biocarburanti da vegetali che non siano una fonte di nutrimento per gli esseri umani, come per esempio materiali di scarto della produzione alimentare contenenti cellulosa.

Si tratta dei cosiddetti “biocarburanti di seconda generazione”, la cui produzione non è economicamente rivale della produzione alimentare. Ma barriere tecnologiche rendono questa soluzione ancora non efficiente rispetto ai carburanti fossili (coi processi attuali, solo il 45% del contenuto energetico di una biomassa di cellulosa è convertito in etanolo, mentre una raffineria trasforma in petrolio l’85% dell’energia presente in un grezzo).

Alla frontiera della ricerca, il biocarburante da alghe: ci stanno lavorando alcune aziende americane, create come spin-off del MIT. Rispetto ai normali biocarburanti, le alghe hanno il vantaggio di poter essere coltivate praticamente ovunque (in acqua dolce o salata) e assorbono agenti inquinanti esterni.

Cosa ancora più interessante, in condizioni ideali raddoppiano di massa nel giro di poche ore.

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